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Coaching AziendeIl Coaching nelle strutture sanitarie | Paola Dondoli

20 Febbraio 20140

Coaching nelle strutture sanitarieAffrontare il fenomeno dell’invecchiamento introducendo il Coaching nelle RSA (residenza sanitaria assistita).

Sarebbe veramente rivoluzionario affrontare sul serio il fenomeno dell’invecchiamento e della nostra inevitabile alterazione, introducendo il Coaching nei Centri Servizi per Anziani.

Un bianco salone asettico e corridoi dove si spiegano camerette tutte uguali, con due o più lettini dove intorno trafficano “Camici Bianchi” che vanno troppo di fretta per chi non sa cosa sia il tempo o quanto ne rimane.

Volti scavati e sofferenti, camminano lentamente, con lo sguardo malinconico e pieno di ricordi, di nostalgia per il tempo che fu, di rassegnazione per ciò che non ritorna. Loro sono i più fortunati, gli altri, sdraiati informi su una sedia o una poltrona ad aspettare cosa non si sa, molti implorano di tornare a casa quando la loro casa non sanno dov’é. Un viaggio di non ritorno una volta entrati là, un senso di calma apparente o di agitazione irrefrenabile e indecifrabile per coloro che non comprendono.

Sono gli anziani disabili non più in grado di vivere una vita autonoma e indipendente, quelli bisognosi di assistenza specifica, affetti da malattie come l’Alzheimer, il Parkinson o la demenza senile.

In Italia sono circa 4,1 milioni i cittadini non autosufficienti e di questi circa 3,5 milioni sono anziani (Censis, 2012). Nel 2000, nel mondo c’erano circa 600 milioni di persone con più di 60 anni, nel 2025 ce ne saranno 1,2 miliardi e 2 miliardi nel 2050. La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila ammalati. (Organizzazione mondiale della Sanità).

Per loro la RSA o casa di riposo diventa “la soluzione” per preservare la salute fisica, ma troppo spesso insufficiente per tutelare la salute psichica. Spesso l’operatività e i comportamenti nei loro confronti rendono ancora più debole quella precaria struttura fisica e mentale che li tiene in vita, ed il loro valore umano è tale da essere facilmente escluso, emarginato e discriminato.

 Forse stanno morendo ma stanno ancora vivendo, percorrendo quell’ultima tappa di strada prima di tornare a casa.

Coloro che possono ancora farlo, desiderano semplicemente raccontare le loro storie, relazionarsi con qualcuno sul vivere e morire. Fonti di storia, di ricordi e di racconti passati, prima delle loro malattie cresce il bisogno di parlare della loro vita affettiva, dei loro timori, delle loro ansie e delle loro speranze, il bisogno di qualcuno che sappia curare le ferite del cuore e sappia incontrare le loro anime.

Sono là, nella loro ultima casa terrena, dove oltre alle prestazioni sanitarie e servizi di supporto sociale sperano di trovare una parola gentile, una mano che si tende o una leggera carezza da parte di quell’operatore di turno al mattino, la sera o di notte, dalla voce familiare e il modo inconfondibile.

Gli Operatori Sanitari rappresentano una larga parte del mondo sociale degli anziani durante il tempo della loro permanenza, a volte anni, sono loro a fare il bello e cattivo tempo nella loro vita quotidiana con la consapevolezza dei bisogni di quel particolare momento di vita, cosa che purtroppo, spesso, non avviene.

Il Coaching in RSA è un percorso culturale indirizzato ai responsabili, agli operatori e a tutte quelle figure impegnate a migliorare la qualità della vita degli anziani, alla riscoperta della loro personale missione e delle proprie responsabilità, una volta accettato quell’incarico.


Un percorso che faccia prendere coscienza di cosa sia veramente importante per sè, per ciò che si fa, che insegni ad ascoltare e a vedere, con proattività, per avviare cambiamenti concreti e realizzare miglioramenti che diventino routine di vita quotidiana, elevando l’impegno giornaliero a contributo ineguagliabile che ognuno può dare per permettere ai propri simili e a noi stessi di varcare la porta in pace e con dignità.

Il Coaching nelle strutture sociali può diventare un ottimo strumento di politica dell’invecchiamento che può ricadere come un boomerang benefico sulla società trovando risposte alla solitudine, alla limitatezza e incertezza, aspetti che non riguardano solo una minoranza ma tutti noi.



Come non temere che l’investimento affettivo attuale della società nel mito del corpo perfetto e della vita efficiente, nel suo ideale di dominio e nella sua perentoria negazione di altre dimensioni personali, non prepari una grande angoscia rispetto alla vecchiaia, molto più che nei confronti della morte?

Manifestando ciò che è nel fondo del cuore di tutti, incominciamo a prendere gli anziani sul serio, perché hanno vissuto e vivono, in maniera a volte drammatica. Si parla di anziani, ma non si parla con loro, non ascoltarli non significa solo respingere il loro valore umano ma anche mutilare noi stessi essendo anche noi parte di quel rapporto fra vita e morte, desiderio e limitatezza.

E se a qualcuno sembrasse che quel vecchietto non possa più esprimersi, ricordiamoci che il suo corpo rimane il simbolo della sua storia, il memoriale di una vita, di una presenza che si è espressa, di un mistero che ha irradiato luce attorno a sé, senza mai esaurirsi del tutto.

E poi vederti ridere, 
e poi vederti correre ancora.
Dimentica, c’è chi dimentica

Distrattamente un fiore una domenica
E poi… silenzi. E poi silenzi.



”Nei Giardini che nessuno sa” (Renato Zero)

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